Diverso tempo fa, sul mio vecchio blog, scrivevo del caso di Domenico, bambino morto, in Calabria, per "sfortuna". Andare a giocare a pallone una domenica mattina, può' essere estremamente pericoloso. Evidentemente.
Oggi, un'altra notizia incredibile attira la mia attenzione di pluri-emigrato. Niente di più normale, in prima pagina c'é Messina, che è un po' la mia seconda città natale. Ed ovviamente, quando il giornale parla del Sud, di quel Sud a sud di Eboli, per capirsi, si sa già che la catastrofe rasenta l'inverosimile.
Una sala parto. Delle complicazioni. Un cesareo d'urgenza. Arresti cardiaci. Emorragie. Danni cerebrali permanenti. Un utero asportato. Una famiglia devastata proprio in uno dei momenti che ci si aspetta più gioiosi.
Certo, i progressi della medicina e della qualità delle strutture tendono a farci dimenticare il fatto che fino a non tantissimi anni fa, le morti di parto erano tutt'altro che infrequenti, cosi' come i decessi nel primo anno di vita.
Certo, è perfettamente possibile, come afferma il direttore dell'unità di ostetricia e ginecologia che è senza alcun dubbio più competente di me al riguardo, che la successione degli eventi non sia in alcuna relazione con le circostanze particolari venutesi a creare in sala parto.
Ma, com'è possibile che due medici vengano alle mani, in sala parto e con una donna sul lettino ? Per "gelosie professionali" (cito il corriere) ? Fino a spaccare una vetrina e ferirsi ?
Credo che la mia storia mi permetta di sapere quanta pressione esiste su alcune categorie professionali, incluso il personale medico, per "sfondare" e quanto spesso la carriera possa diventare una vera e propria ossessione.
Se la ricostruzione dei fatti, ancora da verificare da parte delle autorità, dovesse essere confermata, sarebbe soltanto una ulteriore conferma, purtroppo tragica, di qualcosa che ripeto da quel lontano 2003 quando decisi di lasciare quel lavoro che pure avevo voluto e cercato sin dagli inizi della mia carriera universitaria, malgrado le soddisfazioni professionali ed anche economiche. E, di conseguenza, anche l'Italia.
Il nostro rapporto al lavoro è diventato malsano. O forse lo è sempre stato, in ogni caso lo è adesso.
Quando il lavoro, o meglio, la "carriera" e lo "stipendio" diventano l'unico parametro su cui si giudica la qualità dell'Uomo, quando esso diventa non un mezzo per rendere possibili scelte di vita ma l'unica fonte di soddisfazione, di realizzazione di sé, l'unico obiettivo totalizzante di un'esistenza nella quale tutto il resto diventa contorno, allora si diventa dipendenti.
E non bisogna credere che il problema sia solo meridionale, né italiano : qui in Francia abbiamo sentito J.Séguéla (ex consigliere del presidente Mitterrand et attualmente vicino al presidente Sarkozy) affermare che se a 50 anni non c'hai il Rolex, sei un fallito.
L'ossessione é una malattia che annienta le capacità di discernimento. Che annienta la libertà personale, la capacità di fare delle scelte libere e di assumersene la responsabilità. E nonostante cio', essa é ormai "normale", direi persino "alla moda". Essa é norma sociale, e sono i sani a essere guardati con altezzoso ed ignaro disprezzo. Il disprezzo della loro condizione naturale d'essere liberi. Una libertà che stona, e che quindi deve essere negata.
In fondo, tutta questa vicenda non sembra altro che un caso di libertà negata : la libertà della famiglia di assicurare la sua discendenza in condizioni ordinarie per il nostro tempo. Il tutto condito dal premio all'ossessione di cui il personale coinvolto ha beneficiato sino ad assumere tali posti "di responsabilità".
E forse non è cosi' strano che in questo mondo senza libertà, la parola libertà riemerga ad ogni angolo di strada. Dalle pubblicità fino ai nomi dei partiti politici. Come se il vuoto della vera schiavitù dovesse essere riempito e coperto, al fine di essere, almeno, sopportabile.
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